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more... 50 - La purichelización del Mono
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50 - La purichelización del Mono
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EL BOSQUE TERCIARIO - trailer
Trailer of the (so called) documentary EL BOSQUE TERCIARIO (Il bosco terziario) it will be shown in (More) Trailer of the (so called) documentary EL BOSQUE TERCIARIO (Il bosco terziario) it will be shown in Bergamo (Italy) on June 3rd, 2009 Auditorium di Piazza Libertà at 21,00 PM, free entrance! bye, Lab80filmTUC (Here will follow some notes, part in Italian, part in Spanish) EL BOSQUE TERCIARIO di Alberto Valtellina e Sergio Visinoni con Shiki Guillermo Mukucham Ujukam, Tsunkinua Celestina Yampik Tserem, Sekunt Lerida Mukucham Yampik, Taish Yampia, Nunkui Mukucham, Jencham Tserem, Tsamarint Fidel Mukucham Ujukam, Shakai Nela Atamaint, Bolívar Wampuch Mayak Wasump, Ernesto Ankuash Yawá Peas, Klever Jimpikit Aij, Angelita Esthela Tsakimp Tink, Dominga Juwa, Wasump Luis Washikiat Juwa, Yapakach Margarita Jukam Wachapa, Carlos Francisco Tsakimp Tink, Gissela Brigida Chumpi Naweoh, Tukup Marco Washikiat Juwa, Carmen Elisa Tsakimp Tink, José Wilson Shimpiukat Mashiant, Jorge Tsakimp Tink, Mario Shimyukat, Marco Yurank, Adriana Sosa, Gonzalo Torres Espinoza, Manolo Hernán Samaniego Huaraca, Ernesto Tzungui, Yolanda Vilema, Mayra Violeta Samaniego, Ana Lucia Chacon, Marlon Maldonado, Maria Gabriela Moreno Rueda, Paúl Arévalo, Andrea Rutigliano, Federico Tovoli Il filmato è stato realizzato in collaborazione con Fundación Chankuap’: Recursos Para el Futuro, Macas, Ecuador; NAE, Nacionalidad Achuar del Ecuador; le comunità di Pampants e Wichim. Una produzione Lab 80 film per Amandla, cooperativa sociale di solidarietà, Bergamo; Consorzio Ctm altromercato. Co-finanziamento Fondazione Cariplo. Coordinatore del progetto Marco Noris Durata 52’ A Macas, nell’Oriente dell’Ecuador, la Fundación Chankuap’ svolge un importante ruolo da intermediario fra i cooperanti internazionali e le comunità indigene che abitano le foreste sul confine con il Perù. Le relazioni fra “dentro” e “fuori” dalla foresta sono regolate con la massima precisione: ogni intervento deve essere attentamente progettato e pianificato perché i delicati equilibri ecologici non vengano alterati. Il film racconta alcuni momenti di incontro fra i cooperanti della Fundación Chankuap’ e le comunità: si parla di sviluppo, ma “sviluppo” è una parola che non tutti interpretano allo stesso modo... EL BOSQUE TERCIARIO De Alberto Valtellina y Sergio Visinoni. Con la participación de Shiki Guillermo Mukucham Ujukam, Tsunkinua Celestina Yampik Tserem, Sekunt Lerida Mukucham Yampik, Taish Yampia, Nunkui Mukucham, Jencham Tserem, Tsamarint Fidel Mukucham Ujukam, Shakai Nela Atamaint, Bolívar Wampuch Mayak Wasump, Ernesto Ankuash Yawá Peas, Klever Jimpikit Aij, Angelita Esthela Tsakimp Tink, Dominga Juwa, Wasump Luis Washikiat Juwa, Yapakach Margarita Jukam Wachapa, Carlos Francisco Tsakimp Tink, Gissela Brigida Chumpi Naweoh, Tukup Marco Washikiat Juwa, Carmen Elisa Tsakimp Tink, José Wilson Shimpiukat Mashiant, Jorge Tsakimp Tink, Mario Shimyukat, Marco Yurank, Adriana Sosa, Gonzalo Torres Espinoza, Manolo Hernán Samaniego Huaraca, Ernesto Tzungui, Yolanda Vilema, Mayra Violeta Samaniego, Ana Lucia Chacon, Marlon Maldonado, Maria Gabriela Moreno Rueda, Paúl Arévalo, Andrea Rutigliano, Federico Tovoli La filmación ha sido realizada gracias a la colaboración de la Fundación Chankuap’: Recursos para el Futuro, Macas, Ecuador, Nacionalidad Achuar del Ecuador (NAE) y a las comunidades de Pampants y Wichim. Es una producción Lab 80 film para la Cooperativa Amandla cooperativa sociale di solidarietà, Bergamo, Consorzio Ctm altromercato. Con el co-financiamiento de la Fondazione Cariplo. Coordinación del proyecto a cabo de Marco Noris. Duración 52’ En Macas, parte oriental del Ecuador, la Fundación Chankuap’ desarrolla un importante rol como intermediario entre las cooperativas internacionales y las comunidades indígenas que viven en la selva de la frontera con el Perú. Las relaciones entre el interior y las afueras de la selva son reguladas con máxima precisión: cada intervención debe ser atentamente proyectada y planificada de tal manera que el delicado equilibrio ecológico no venga alterado. El reportaje cuenta algunos momentos de encuentro entre los cooperadores de la Fundación Chankuap’ y la comunidad: se habla de “desarrollo” pero no siempre ésta palabra es interpretada de la misma manera… Perché un bosque terciario? Ma in Italia non ci sono indigeni? Tsamarint Fidel Mukucham Ujukam I titoli, quando hanno un senso, non andrebbero spiegati. Il rischio è quello di definire una volta per tutte le possibilità interpretative che il titolo stesso ha. Se il titolo è un buon titolo, si rivela da solo sulla distanza. Bosque terciario si traduce letteralmente con foresta terziaria. Le scienze naturali classificano le foreste in base al grado di contaminazione da fattori esterni, naturali o meno che siano. La foresta primaria è quella intatta, che conserva i suoi caratteri “originari” e presenta il massimo grado di biodiversità. La foresta secondaria è quella che subisce o ha subito una qualche forma di disturbo da parte di fattori esterni, alberi più bassi, sottobosco più intricato e forte presenza di “specie pioniere”. La foresta terziaria non esiste. In paleobotanica si fa riferimento talvolta alla foresta terziaria per indicare i resti fossili delle foreste dell'era terziaria: il bosco pietrificato. Per l'antropologo, come per il naturalista, il concetto di originario, di incontaminato possiede un fascino irresistibile, ma la cultura pura, “originaria”, cristallizzata, resta un miraggio e allo stesso tempo un oggetto impossibile, senza senso. Intorno agli anni '50 si compie il peccato originale dell'incontro di alcune di queste popolazioni con l'esterno (nel linguaggio comune di queste zone si indica la foresta semplicemente con la parola dentro) sotto forma di coloni e missionari, di industria del legname. Gli indigeni hanno cominciato a conoscere il mondo di fuori, a contaminarsi e il mondo è entrato nella foresta sotto forma di persone, oggetti, vestiti... un processo lento ma continuo, probabilmente inesorabile, sicuramente affascinante, nel bene e nel male. Un processo caotico che porta a rispondere a bisogni, creare bisogni a cui bisognerà rispondere, dare risposte a cui apparentemente non corrispondono bisogni. Per chi arriva dall'esterno non è facile non trovare fuori posto computer, fotocamere, lettori cd; non è facile comprendere un modello di sviluppo che sembra partire dalla fine, creare infrastrutture slegate dalla loro funzione. La frase in esergo potrebbe sembrare ingenua, non lo è affatto. Oltre a contenere molti possibili significati (non ultimo un certo fastidio per l'attenzione di cui chi parla è oggetto) è una domanda che obbliga a rimettere sotto controllo la propria tendenza etnocentrica, che stabilisce contemporaneamente un contatto e una distanza incolmabile. Sergio Visinoni Troppo vicino, troppo lontano. «13-IX-73. No son por cierto ignorantes del blanco... su trato con los del Perú es frecuente, algunos de ellos han vivido por años con blancos y al volver relatan a gusto. Hoy no se trataba de ponerme a dar clases, sino de una conversación amena sobre mi viaje. Entonces en seguida he visto que Ramu y Petsain querían bromear sobre las “rarezas” de los “apach” (los blancos) y ha resultado una pelicula para desternillarse. He explicado una vez más lo buena que es la hierba (lechuga, verduras), las experiencias del cajón (higiénicos), los viajes a lomo de tapiro (el carro, buses), sobre las tortugas que he visto (tractores), las almas vivas y parlantes (cine)... Ha resultado una juerga con participación de todos... que era de grabar. A ellos por un lado les fascina nuestro mundo, por otro lo rehuyen y se maravillande nuestras lacras. Actualmente este grupo usa y adquiere del blanco lo que les resulta práctico y eficiente, como telas, carabinas, cuchillos, ollas etc. etc., pero, de llegar aquí una colonia de blancos, emigrarían inmediatamente a cualquier otra parte. Hoy se trataba de ver la parte cómica y le han sacado hilo al ovillo y con éxito por cierto. Si lo conversado y gesticulado se pudiera pasar al film nos maravillaríamos de la capacitad increíble de agudeza y talento cómico de esta gente. Ha sido una tarde muy agradable.» José Arnalot (Chuint’), «Lo que los Achuar me han enseñado», Quito 1977 José Arnalot, diventato Chuint’ (traducibile come Uccellino) presso gli Achuar, ha vissuto circa due anni all’interno della comunità di Wichim. «Lo que los Achuar me han enseñado» è il diario tenuto durate la permanenza al villaggio. Arnalot, seminarista salesiano dubbioso e tormentato, terminata l’esperienza nella selva andrà a Roma e si sposerà, per tornare poi in Perù e ancora in Ecuador, prima di stabilirsi definitivamente in Europa. Le pagine del suo diario raccontano una sorta di viaggio iniziatico: quasi sempre unico “apach” (bianco) nel villaggio, Chuint’ riesce a farsi accettare, impara la lingua e lavora con gli indigeni. L’altro apach è Yankuam, “Stella del mattino”, il Padre “Luis” Bolla, veneto, in Ecuador dagli anni sessanta e ancora oggi nella foresta, fra le popolazioni dell’Amazzonia peruviana. Il racconto di José Arnalot è acuto, semplice e vivace, spesso ingenuo, sempre partecipe. Abbiamo trovato il libro a Quito, dopo le riprese del film. Il caso ci aveva portato, trentatrè anni dopo, nella stessa comunità Achuar. La cosa più difficile, oggi, per chi produce film cosiddetti documentari, pare sia riuscire a non essere moralista o a non difendere per forza un “debole”, o qualcuno che sia ritenuto tale: la presenza della telecamera deve diventare la presenza di Robin Hood, di Zorro. Come se, accettato il fatto di non essere neutrale, il filmmaker debba mostrare di essere schierato dalla parte giusta e portare il suo contributo. In alcune occasioni, trattando alcuni soggetti, non è difficile schierarsi: c’è il buono e c’è il cattivo, come negli altri film, quelli che ebbi ventura di sentire definire “normali”. Nella maggior parte dei casi è però difficile trovare i buoni e i cattivi. Più semplicemente, la presenza spesso sgradevole e inopportuna della telecamera può aiutare a vedere qualcosa di cui si hanno poche notizie, passate attraverso numerosi filtri di carattere mediatico, culturale, istituzionale. Il lavoro del documentarista è perciò, forse, quello di mostrare con meno filtri possibile. Mostrare cercando continui punti di interesse attraverso uno sguardo non ovvio, articolando poi i punti, gli appunti, gli spunti, in un discorso sviluppato in modo per quanto possibile cinematografico, decisamente cinematografico. In «El bosque terciario» uno dei personaggi principali è la distanza. Non ci siamo preoccupati di colmare la lontananza culturale, ci siamo accontentati di avvicinarci alla quotidianità vissuta intensamente nei villaggi e a Macas, presso la sede della Fundación Chankuap’. Oggi tutta la zona è concessione petrolifera e fra poco potrebbe essere invasa da “apach” senza scrupoli, forse questo avverrà a causa di una strada in costruzione progettata per favorire gli spostamenti e i commerci. Cosa accadrà non si può sapere. Ottimista fuori luogo, ricordo che qui Pizarro fu sconfitto... Alberto Valtellina “Apoyo al pueblo Achuar para salvaguardar la identidad cultural, la valorización y el uso sostenible de los recursos naturales propios de la cultura tradicional. Morona Santiago. Ecuador” Un título grande para un amplio proyecto; mejor aún, para un amplio proceso. En práctica, se trata de realizar planes de manejo en las comunidades indígenas de la selva. En el primer año se realizaron cuatro y en los años sucesivos seis. Aquí los llamamos “planes de manejo”, o también, “ordenamiento territorial”, dos palabras que desempeñan una labor de contenedor, dónde cada una de ellas inserta o introduce aquello que retiene oportuno. En Perú, al parecer funcionan así: técnicos-geólogos-agrónomos-fáunicos se introducen en una comunidad; durante meses investigan sobre ésta, desempolverando en los archivos orales de cada persona, cada familia, trazando suelos, vegetaciones, caminos de cacería, huertos familiares. Luego se retiran y se dirigen a sus respectivas oficinas para elaborar los mapas en la computadora: diseñan el mapa donde muestran cómo viene tratado el territorio actualmente y después realizan otro mapa donde vienen colocados los trabajos que desean desarrollar sobre dicho territorio(por cuestión de lógica). Entrelazan los dos mapas y es allí donde mágicamente emergen las zonas de conflicto, los lugares en los cuales no se gestiona adecuadamente el espacio natural. O mejor dicho, el lugar donde los criterios nativos se enfrentan con los criterios de los técnicos. A éste punto, los técnicos regresan a la comunidad y entregan los resultados del análisis realizado: a través de una asamblea ofrecen a ellos sugerencias y consejos de cómo se necesitaría utilizar, el mejor posible, el espacio natural, proponiendo también posibles soluciones, que vienen dejadas hasta por escrito. La comunidad debe empeñarse en aceptarlas, poniéndolas enseguida en acción. Luego, se estudia un modo para el control de la ejecución. Si intentas utilizar dicho razonamiento con los Achuar, ellos te seguiran dócilmente hasta el último paso a seguir, dándote la encantadora ilusión de un trabajo ejecutado a la perfección, solo que no llegarán jamás al cumplimiento final del trabajo, ni siquiera a uno de los puntos previsto en el plan de manejo. Esto sucede porque, si una parte del pensamiento Achuar se manifiesta conforme a lo planteado durante la asamblea, la otra parte, piensa en la reunión que tienen a las tres o cuatro de la madrugada dónde sentados sobre el tutank alrededor del fuego y acompañados de cinco litros de tisana llamada guayusa, conversan y refleccionan; no se sabe donde quedan dichas reflexiones. Debería ser una obligación participar a éstas reuniones tan informales y decisivas, distribuidas en las diferentes casas de la comunidad. Pero ¿a qué técnico, ecuatoriano o extranjero, se le podría pedir de iniciar su “trabajo” a las tres de la madrugada? Y ¿de vomitar los cinco litros de guayusa bebidos durante la sesión?. Es así que los Achuar escapan al control y los planes de manejo “comunitario” mantienen solo el nombre. No obstante, afirman todos los expertos geográficos de América del Sur – son en realidad comunitarios: la agrupación de datos ¿no viene hecha, quizás, con la comunidad? , ¿no se les restituye el resultado del estudio? Y ¿no se elabora después con la comunidad el plan de manejo?... cierto, siempre guiado por un técnico, pero en resúmen... Permanecemos con nuestras dudas. En fondo, las cosas que nos hemos dado cuenta resultan pequeñas en la metodología, sin embargo, se necesita convertirlas en algo sustancial. Empezando en primer lugar: ¿quién siente, en realidad, la necesidad de los planes de manejo, nosotros técnicos o ellos?. Ellos continúan en base a su ritmo; cierto, para cazar, en algunos momentos, un día no es suficiente, mientras que antiguamente se pensaba que era necesario solo un par horas para regresar a casa con dos monos. Para derribar una palma de ungurahua y hacer crecer gruesas larvas del puntish, ahora se necesita recorrer algunos kilómetros de más, está probado; pero, en resúmen, son señales de algo aún indefinido para ellos. Nosotros, en cambio, nos damos cuenta de lo que sucede y le damos hasta un nombre: la ruptura de un equilibrio, una fisura de la biodiversidad, un saqueo de recursos naturales. Nosotros viajamos cada mes desde Macas, al pie de los Andes, hasta Juyukamentsa, en la frontera con el Perú, y bajo nuestros pies vemos el desfile de campos y pastos, extremos de tierra rojiza, aglomerados urbanos. Justo ahí, donde cinco años atrás existía solo una selva inextricable en la cual resaltaba solitaria y enorme la casa Shuar o Achuar con su variado huerto al costado. Es la señal de la avanzada frontera agrícola, que ya arrastra a los Achuar. En cambio, en el 1940, no habían casi pruebas sobre la existencia Achuar en el territorio de Morona Santiago. Las familias alargadas, dispersas en territorios aparentemente infinitos, se instalaban en sus porciones de selva y la domesticaban por un periodo de quince años. Una vez concluido éste periodo, hacían las valijas y se desplazaban hacia una nueva zona. Si cada pareja tenía una docena de hijos, no significaba un problema, porque entre las fiebres regulares, los infaltables accidentes, las mordeduras de serpientes o las riñas con los vecinos, la población no incrementaba ni desaparecía. La selva no permite una alta densidad humana para permanecer selva, y los Achuar habían aceptado el compromiso. Hasta la llegada de imprevistos, como aquella de la parte este, que en forma de emprendedores de la madera introdujeron en la comunidad el fusil, el hacha y el machete, mientras la parte oeste, que en forma de colonos ecuatorianos, empujaron hacia adelante la frontera trayendo consigo las vacas en la Amazonía. Desde lo alto, en forma de misionarios, tanto evangélicos como salesianos, llegaron los primeros fundadores de misiones fijas en el territorio Achuar. «Es necesario ayudar a éste pueblo en la difícil y peligrosa fase de encuentro con el Occidente», afirmaron así con previsión y dedicación. Impidieron que ésta etnia venga devorada por los cazadores de petrolio, sin perder la propia voz política antes de haberla conseguido. Allí les ayudaron a obtener una identidad oficial reconocida y respetada. Pero, hicieron germinar con rapidez el interès por el cambio. Actualmente, en la misión de Wasakentsa se juega fútbol y volley en todo el pueblo, se escucha salsa, cumbia y bachata, se habla español y se vive en casas coloniales (aunque si los Achuar no renuncian a construirse al costado su casa tradicional). Cada día, con la ayuda de una avioneta se introducen medicinas, cemento, vidrio, polar, carabinas, gasolina. Y del antiguo estado belico no queda más que trachas en una clima de sospechas y rivalidades latentes, con la omisión en los discursos acerca del tabú del asesinato (solo en los discursos), en los vagos relatos de misteriosas agresiones, asaltos, secuestros inconclusos, todo ésto señal de una fantasía que no renuncia a la imaginación del pasado. En la nueva paz, los siete hijos de cada pareja forman nuevas comunidades, con un crecimiento de población exponencial. Es aquí, donde se aplicarían los planes de manejo, pensando en la nueva vida de ellos en la selva. Los cambios suceden, no porque uno se siente dentro, sino porque uno lo desea. Las decisiones vienen tomadas sabiendo hacia dónde se focalizan sin tener la posibilidad de arrepentirse. Es así que hemos interpretado los planes de manejo: como la punta de un iceberg o quizás como la cereza sobre la torta, donde debajo de todo encontramos el proceso de reflexión de la comunidad Achuar en sí que la conduce ha entender, en ésta fase historica, el valor y la importancia del propio futuro. Es decir, cuales son los riesgos externos o internos que afronta, hacia que camino se dirige, quien era, quien es y más aún que cosa se arriesga o en que quiere convertirse. Y es el plan de manejo, en el momento en el cual se habla, al final, del propio territorio, de sus problemas y de sus potencialidades, de como se pueden gestionar y cuidar, es ésta la cúspide del recorrido. Pero, casi desapareciendo, como un viaje a la mitad que se convierte en menos trascendental en el momento en el cual el recorrido se hace siempre más rico. El recorrido de los planes de manejo, entonces, comienza mucho antes: inicia con el trabajo de las comunidades sobre su identidad, la historia de su pueblo, sobre tomar conciencia de los cambios. Pasa por un análisis de la situación actual; obliga a resumir los datos (cuantos huertos nuevos hay, cuantos animales se cazan, qué especie de árbol está en peligro de extinción) y a extraer las consecuencias a partir de los indicios. Esto lleva a observar la dimensión del territorio que cada comunidad gestiona, a visualizar el futuro y a encargarse de direccionarlo como mejor sea para las familias. Despuès pueden intervenir los consejos técnicos. Puede ser que las intenciones sean buenas, o al menos, mejor que otras, pero, entre decir y hacer, hay una gran selva amazónica en medio. El laberinto de lianas, troncos, ramas, han conservado a los Achuar en un aislamiento casi surrealista durante millones de años; y al volar sobre éste territorio inaccesible, nos damos cuenta que no es solo como atravesar la barrera del idioma y de un pensamiento que ha recorrido otros caminos, es mucho más. Menos mal que somos todos seres humanos, así tenemos algo en común. Es así que el proceso se pone en marcha, pero parece tener sentido, más aún cuando nace el entusiasmo: en el pasar de pocos meses, el equipo de trabajo está en la cúspide de una gran ola. El terreno era más fértil de cuanto se pudiese imaginar: la reflexión había ya iniciado en las comunidades y aprovechaba de nuestra disponibilidad para desarrollarse. Los técnicos locales se convertían en verdaderos mediadores, escuchando de nosotros ideas, experiencias y sugerencias, confrontándose con las exigencias de las comunidades. En pocos meses, se convierten en personas llenas de iniciativa, de ideas, que se transforman en acciones. Bolívar y Eduardo sobresalen en el uso del GPS y observan con curiosidad el mapa de su territorio que toma forma en la computadora, a partir, de sus objetivos: «Aquí haremos una reserva ecológica, hasta éste lugar se haran campos de cultivo», comentan. Ernesto inicia ha establecer un reglamento interno con Kaiptach y todos juntos establecen una moratoria a la caza de monos. Después de algunos meses, la comunidad nos acoge con entusiasmo: «El mono Sunkamat se ha nuevamente asomado a los huertos, ¡era cierto cuando hablabais de protección!». En Juyukamentsa, un anciano del pueblo nos acoge después de un año de trabajo, la ocasión es para celebrar la realización de su plan de manejo: «Desde que hemos iniciado y llevado a culmine éste trabajo, me siento contento, ¡Maketai!». Gracias, ha dicho. En cualquier modo, ha funcionado. Hemos encontrado la manera de comunicar y poner en acción un proceso virtuoso. Sin lugar a dudas, se lo estamos trasmitiendo a ellos. Somos nosotros los que empujamos continuamente hacia adelante, pero vale decir que las manos sobre el timón, son las de los técnicos locales guiados gracias a sus ambiciones, curiosidades y generosidad, y las de la comunidad con todas sus inquietudes y decisiones. Hemos observado que repetidas veces éstas manos sobre el timón han temblado, inseguras de hacia dónde deben dirigirse. Algunas comunidades han sido arrastradas por ésta indecisión, otras avanzaban serpenteando, mientras que algunas iban directamente al punto. ¿Nos queda solo la duda sobre nuestro motor?. Mientras tanto, continua a consumir gasolina dejando su marca iridiscente dibujada en los ríos amazónicos. Contamina, con su ansia por continuar, aunque si es un bien y aunque si es antropológicamente correcto. Parece que, tanto los Achuar como nosotros desconocemos el secreto de la felicidad a través de la quietud. Andrea Rutigliano (Less)
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EL BOSQUE TERCIARIO - trailer Trailer of the (so called) documentary EL BOSQUE TERCIARIO (Il bosco terziario) it will be shown in (More) Trailer of the (so called) documentary EL BOSQUE TERCIARIO (Il bosco terziario) it will be shown in Bergamo (Italy) on June 3rd, 2009 Auditorium di Piazza Libertà at 21,00 PM, free entrance! bye, Lab80filmTUC (Here will follow some notes, part in Italian, part in Spanish) EL BOSQUE TERCIARIO di Alberto Valtellina e Sergio Visinoni con Shiki Guillermo Mukucham Ujukam, Tsunkinua Celestina Yampik Tserem, Sekunt Lerida Mukucham Yampik, Taish Yampia, Nunkui Mukucham, Jencham Tserem, Tsamarint Fidel Mukucham Ujukam, Shakai Nela Atamaint, Bolívar Wampuch Mayak Wasump, Ernesto Ankuash Yawá Peas, Klever Jimpikit Aij, Angelita Esthela Tsakimp Tink, Dominga Juwa, Wasump Luis Washikiat Juwa, Yapakach Margarita Jukam Wachapa, Carlos Francisco Tsakimp Tink, Gissela Brigida Chumpi Naweoh, Tukup Marco Washikiat Juwa, Carmen Elisa Tsakimp Tink, José Wilson Shimpiukat Mashiant, Jorge Tsakimp Tink, Mario Shimyukat, Marco Yurank, Adriana Sosa, Gonzalo Torres Espinoza, Manolo Hernán Samaniego Huaraca, Ernesto Tzungui, Yolanda Vilema, Mayra Violeta Samaniego, Ana Lucia Chacon, Marlon Maldonado, Maria Gabriela Moreno Rueda, Paúl Arévalo, Andrea Rutigliano, Federico Tovoli Il filmato è stato realizzato in collaborazione con Fundación Chankuap’: Recursos Para el Futuro, Macas, Ecuador; NAE, Nacionalidad Achuar del Ecuador; le comunità di Pampants e Wichim. Una produzione Lab 80 film per Amandla, cooperativa sociale di solidarietà, Bergamo; Consorzio Ctm altromercato. Co-finanziamento Fondazione Cariplo. Coordinatore del progetto Marco Noris Durata 52’ A Macas, nell’Oriente dell’Ecuador, la Fundación Chankuap’ svolge un importante ruolo da intermediario fra i cooperanti internazionali e le comunità indigene che abitano le foreste sul confine con il Perù. Le relazioni fra “dentro” e “fuori” dalla foresta sono regolate con la massima precisione: ogni intervento deve essere attentamente progettato e pianificato perché i delicati equilibri ecologici non vengano alterati. Il film racconta alcuni momenti di incontro fra i cooperanti della Fundación Chankuap’ e le comunità: si parla di sviluppo, ma “sviluppo” è una parola che non tutti interpretano allo stesso modo... EL BOSQUE TERCIARIO De Alberto Valtellina y Sergio Visinoni. Con la participación de Shiki Guillermo Mukucham Ujukam, Tsunkinua Celestina Yampik Tserem, Sekunt Lerida Mukucham Yampik, Taish Yampia, Nunkui Mukucham, Jencham Tserem, Tsamarint Fidel Mukucham Ujukam, Shakai Nela Atamaint, Bolívar Wampuch Mayak Wasump, Ernesto Ankuash Yawá Peas, Klever Jimpikit Aij, Angelita Esthela Tsakimp Tink, Dominga Juwa, Wasump Luis Washikiat Juwa, Yapakach Margarita Jukam Wachapa, Carlos Francisco Tsakimp Tink, Gissela Brigida Chumpi Naweoh, Tukup Marco Washikiat Juwa, Carmen Elisa Tsakimp Tink, José Wilson Shimpiukat Mashiant, Jorge Tsakimp Tink, Mario Shimyukat, Marco Yurank, Adriana Sosa, Gonzalo Torres Espinoza, Manolo Hernán Samaniego Huaraca, Ernesto Tzungui, Yolanda Vilema, Mayra Violeta Samaniego, Ana Lucia Chacon, Marlon Maldonado, Maria Gabriela Moreno Rueda, Paúl Arévalo, Andrea Rutigliano, Federico Tovoli La filmación ha sido realizada gracias a la colaboración de la Fundación Chankuap’: Recursos para el Futuro, Macas, Ecuador, Nacionalidad Achuar del Ecuador (NAE) y a las comunidades de Pampants y Wichim. Es una producción Lab 80 film para la Cooperativa Amandla cooperativa sociale di solidarietà, Bergamo, Consorzio Ctm altromercato. Con el co-financiamiento de la Fondazione Cariplo. Coordinación del proyecto a cabo de Marco Noris. Duración 52’ En Macas, parte oriental del Ecuador, la Fundación Chankuap’ desarrolla un importante rol como intermediario entre las cooperativas internacionales y las comunidades indígenas que viven en la selva de la frontera con el Perú. Las relaciones entre el interior y las afueras de la selva son reguladas con máxima precisión: cada intervención debe ser atentamente proyectada y planificada de tal manera que el delicado equilibrio ecológico no venga alterado. El reportaje cuenta algunos momentos de encuentro entre los cooperadores de la Fundación Chankuap’ y la comunidad: se habla de “desarrollo” pero no siempre ésta palabra es interpretada de la misma manera… Perché un bosque terciario? Ma in Italia non ci sono indigeni? Tsamarint Fidel Mukucham Ujukam I titoli, quando hanno un senso, non andrebbero spiegati. Il rischio è quello di definire una volta per tutte le possibilità interpretative che il titolo stesso ha. Se il titolo è un buon titolo, si rivela da solo sulla distanza. Bosque terciario si traduce letteralmente con foresta terziaria. Le scienze naturali classificano le foreste in base al grado di contaminazione da fattori esterni, naturali o meno che siano. La foresta primaria è quella intatta, che conserva i suoi caratteri “originari” e presenta il massimo grado di biodiversità. La foresta secondaria è quella che subisce o ha subito una qualche forma di disturbo da parte di fattori esterni, alberi più bassi, sottobosco più intricato e forte presenza di “specie pioniere”. La foresta terziaria non esiste. In paleobotanica si fa riferimento talvolta alla foresta terziaria per indicare i resti fossili delle foreste dell'era terziaria: il bosco pietrificato. Per l'antropologo, come per il naturalista, il concetto di originario, di incontaminato possiede un fascino irresistibile, ma la cultura pura, “originaria”, cristallizzata, resta un miraggio e allo stesso tempo un oggetto impossibile, senza senso. Intorno agli anni '50 si compie il peccato originale dell'incontro di alcune di queste popolazioni con l'esterno (nel linguaggio comune di queste zone si indica la foresta semplicemente con la parola dentro) sotto forma di coloni e missionari, di industria del legname. Gli indigeni hanno cominciato a conoscere il mondo di fuori, a contaminarsi e il mondo è entrato nella foresta sotto forma di persone, oggetti, vestiti... un processo lento ma continuo, probabilmente inesorabile, sicuramente affascinante, nel bene e nel male. Un processo caotico che porta a rispondere a bisogni, creare bisogni a cui bisognerà rispondere, dare risposte a cui apparentemente non corrispondono bisogni. Per chi arriva dall'esterno non è facile non trovare fuori posto computer, fotocamere, lettori cd; non è facile comprendere un modello di sviluppo che sembra partire dalla fine, creare infrastrutture slegate dalla loro funzione. La frase in esergo potrebbe sembrare ingenua, non lo è affatto. Oltre a contenere molti possibili significati (non ultimo un certo fastidio per l'attenzione di cui chi parla è oggetto) è una domanda che obbliga a rimettere sotto controllo la propria tendenza etnocentrica, che stabilisce contemporaneamente un contatto e una distanza incolmabile. Sergio Visinoni Troppo vicino, troppo lontano. «13-IX-73. No son por cierto ignorantes del blanco... su trato con los del Perú es frecuente, algunos de ellos han vivido por años con blancos y al volver relatan a gusto. Hoy no se trataba de ponerme a dar clases, sino de una conversación amena sobre mi viaje. Entonces en seguida he visto que Ramu y Petsain querían bromear sobre las “rarezas” de los “apach” (los blancos) y ha resultado una pelicula para desternillarse. He explicado una vez más lo buena que es la hierba (lechuga, verduras), las experiencias del cajón (higiénicos), los viajes a lomo de tapiro (el carro, buses), sobre las tortugas que he visto (tractores), las almas vivas y parlantes (cine)... Ha resultado una juerga con participación de todos... que era de grabar. A ellos por un lado les fascina nuestro mundo, por otro lo rehuyen y se maravillande nuestras lacras. Actualmente este grupo usa y adquiere del blanco lo que les resulta práctico y eficiente, como telas, carabinas, cuchillos, ollas etc. etc., pero, de llegar aquí una colonia de blancos, emigrarían inmediatamente a cualquier otra parte. Hoy se trataba de ver la parte cómica y le han sacado hilo al ovillo y con éxito por cierto. Si lo conversado y gesticulado se pudiera pasar al film nos maravillaríamos de la capacitad increíble de agudeza y talento cómico de esta gente. Ha sido una tarde muy agradable.» José Arnalot (Chuint’), «Lo que los Achuar me han enseñado», Quito 1977 José Arnalot, diventato Chuint’ (traducibile come Uccellino) presso gli Achuar, ha vissuto circa due anni all’interno della comunità di Wichim. «Lo que los Achuar me han enseñado» è il diario tenuto durate la permanenza al villaggio. Arnalot, seminarista salesiano dubbioso e tormentato, terminata l’esperienza nella selva andrà a Roma e si sposerà, per tornare poi in Perù e ancora in Ecuador, prima di stabilirsi definitivamente in Europa. Le pagine del suo diario raccontano una sorta di viaggio iniziatico: quasi sempre unico “apach” (bianco) nel villaggio, Chuint’ riesce a farsi accettare, impara la lingua e lavora con gli indigeni. L’altro apach è Yankuam, “Stella del mattino”, il Padre “Luis” Bolla, veneto, in Ecuador dagli anni sessanta e ancora oggi nella foresta, fra le popolazioni dell’Amazzonia peruviana. Il racconto di José Arnalot è acuto, semplice e vivace, spesso ingenuo, sempre partecipe. Abbiamo trovato il libro a Quito, dopo le riprese del film. Il caso ci aveva portato, trentatrè anni dopo, nella stessa comunità Achuar. La cosa più difficile, oggi, per chi produce film cosiddetti documentari, pare sia riuscire a non essere moralista o a non difendere per forza un “debole”, o qualcuno che sia ritenuto tale: la presenza della telecamera deve diventare la presenza di Robin Hood, di Zorro. Come se, accettato il fatto di non essere neutrale, il filmmaker debba mostrare di essere schierato dalla parte giusta e portare il suo contributo. In alcune occasioni, trattando alcuni soggetti, non è difficile schierarsi: c’è il buono e c’è il cattivo, come negli altri film, quelli che ebbi ventura di sentire definire “normali”. Nella maggior parte dei casi è però difficile trovare i buoni e i cattivi. Più semplicemente, la presenza spesso sgradevole e inopportuna della telecamera può aiutare a vedere qualcosa di cui si hanno poche notizie, passate attraverso numerosi filtri di carattere mediatico, culturale, istituzionale. Il lavoro del documentarista è perciò, forse, quello di mostrare con meno filtri possibile. Mostrare cercando continui punti di interesse attraverso uno sguardo non ovvio, articolando poi i punti, gli appunti, gli spunti, in un discorso sviluppato in modo per quanto possibile cinematografico, decisamente cinematografico. In «El bosque terciario» uno dei personaggi principali è la distanza. Non ci siamo preoccupati di colmare la lontananza culturale, ci siamo accontentati di avvicinarci alla quotidianità vissuta intensamente nei villaggi e a Macas, presso la sede della Fundación Chankuap’. Oggi tutta la zona è concessione petrolifera e fra poco potrebbe essere invasa da “apach” senza scrupoli, forse questo avverrà a causa di una strada in costruzione progettata per favorire gli spostamenti e i commerci. Cosa accadrà non si può sapere. Ottimista fuori luogo, ricordo che qui Pizarro fu sconfitto... Alberto Valtellina “Apoyo al pueblo Achuar para salvaguardar la identidad cultural, la valorización y el uso sostenible de los recursos naturales propios de la cultura tradicional. Morona Santiago. Ecuador” Un título grande para un amplio proyecto; mejor aún, para un amplio proceso. En práctica, se trata de realizar planes de manejo en las comunidades indígenas de la selva. En el primer año se realizaron cuatro y en los años sucesivos seis. Aquí los llamamos “planes de manejo”, o también, “ordenamiento territorial”, dos palabras que desempeñan una labor de contenedor, dónde cada una de ellas inserta o introduce aquello que retiene oportuno. En Perú, al parecer funcionan así: técnicos-geólogos-agrónomos-fáunicos se introducen en una comunidad; durante meses investigan sobre ésta, desempolverando en los archivos orales de cada persona, cada familia, trazando suelos, vegetaciones, caminos de cacería, huertos familiares. Luego se retiran y se dirigen a sus respectivas oficinas para elaborar los mapas en la computadora: diseñan el mapa donde muestran cómo viene tratado el territorio actualmente y después realizan otro mapa donde vienen colocados los trabajos que desean desarrollar sobre dicho territorio(por cuestión de lógica). Entrelazan los dos mapas y es allí donde mágicamente emergen las zonas de conflicto, los lugares en los cuales no se gestiona adecuadamente el espacio natural. O mejor dicho, el lugar donde los criterios nativos se enfrentan con los criterios de los técnicos. A éste punto, los técnicos regresan a la comunidad y entregan los resultados del análisis realizado: a través de una asamblea ofrecen a ellos sugerencias y consejos de cómo se necesitaría utilizar, el mejor posible, el espacio natural, proponiendo también posibles soluciones, que vienen dejadas hasta por escrito. La comunidad debe empeñarse en aceptarlas, poniéndolas enseguida en acción. Luego, se estudia un modo para el control de la ejecución. Si intentas utilizar dicho razonamiento con los Achuar, ellos te seguiran dócilmente hasta el último paso a seguir, dándote la encantadora ilusión de un trabajo ejecutado a la perfección, solo que no llegarán jamás al cumplimiento final del trabajo, ni siquiera a uno de los puntos previsto en el plan de manejo. Esto sucede porque, si una parte del pensamiento Achuar se manifiesta conforme a lo planteado durante la asamblea, la otra parte, piensa en la reunión que tienen a las tres o cuatro de la madrugada dónde sentados sobre el tutank alrededor del fuego y acompañados de cinco litros de tisana llamada guayusa, conversan y refleccionan; no se sabe donde quedan dichas reflexiones. Debería ser una obligación participar a éstas reuniones tan informales y decisivas, distribuidas en las diferentes casas de la comunidad. Pero ¿a qué técnico, ecuatoriano o extranjero, se le podría pedir de iniciar su “trabajo” a las tres de la madrugada? Y ¿de vomitar los cinco litros de guayusa bebidos durante la sesión?. Es así que los Achuar escapan al control y los planes de manejo “comunitario” mantienen solo el nombre. No obstante, afirman todos los expertos geográficos de América del Sur – son en realidad comunitarios: la agrupación de datos ¿no viene hecha, quizás, con la comunidad? , ¿no se les restituye el resultado del estudio? Y ¿no se elabora después con la comunidad el plan de manejo?... cierto, siempre guiado por un técnico, pero en resúmen... Permanecemos con nuestras dudas. En fondo, las cosas que nos hemos dado cuenta resultan pequeñas en la metodología, sin embargo, se necesita convertirlas en algo sustancial. Empezando en primer lugar: ¿quién siente, en realidad, la necesidad de los planes de manejo, nosotros técnicos o ellos?. Ellos continúan en base a su ritmo; cierto, para cazar, en algunos momentos, un día no es suficiente, mientras que antiguamente se pensaba que era necesario solo un par horas para regresar a casa con dos monos. Para derribar una palma de ungurahua y hacer crecer gruesas larvas del puntish, ahora se necesita recorrer algunos kilómetros de más, está probado; pero, en resúmen, son señales de algo aún indefinido para ellos. Nosotros, en cambio, nos damos cuenta de lo que sucede y le damos hasta un nombre: la ruptura de un equilibrio, una fisura de la biodiversidad, un saqueo de recursos naturales. Nosotros viajamos cada mes desde Macas, al pie de los Andes, hasta Juyukamentsa, en la frontera con el Perú, y bajo nuestros pies vemos el desfile de campos y pastos, extremos de tierra rojiza, aglomerados urbanos. Justo ahí, donde cinco años atrás existía solo una selva inextricable en la cual resaltaba solitaria y enorme la casa Shuar o Achuar con su variado huerto al costado. Es la señal de la avanzada frontera agrícola, que ya arrastra a los Achuar. En cambio, en el 1940, no habían casi pruebas sobre la existencia Achuar en el territorio de Morona Santiago. Las familias alargadas, dispersas en territorios aparentemente infinitos, se instalaban en sus porciones de selva y la domesticaban por un periodo de quince años. Una vez concluido éste periodo, hacían las valijas y se desplazaban hacia una nueva zona. Si cada pareja tenía una docena de hijos, no significaba un problema, porque entre las fiebres regulares, los infaltables accidentes, las mordeduras de serpientes o las riñas con los vecinos, la población no incrementaba ni desaparecía. La selva no permite una alta densidad humana para permanecer selva, y los Achuar habían aceptado el compromiso. Hasta la llegada de imprevistos, como aquella de la parte este, que en forma de emprendedores de la madera introdujeron en la comunidad el fusil, el hacha y el machete, mientras la parte oeste, que en forma de colonos ecuatorianos, empujaron hacia adelante la frontera trayendo consigo las vacas en la Amazonía. Desde lo alto, en forma de misionarios, tanto evangélicos como salesianos, llegaron los primeros fundadores de misiones fijas en el territorio Achuar. «Es necesario ayudar a éste pueblo en la difícil y peligrosa fase de encuentro con el Occidente», afirmaron así con previsión y dedicación. Impidieron que ésta etnia venga devorada por los cazadores de petrolio, sin perder la propia voz política antes de haberla conseguido. Allí les ayudaron a obtener una identidad oficial reconocida y respetada. Pero, hicieron germinar con rapidez el interès por el cambio. Actualmente, en la misión de Wasakentsa se juega fútbol y volley en todo el pueblo, se escucha salsa, cumbia y bachata, se habla español y se vive en casas coloniales (aunque si los Achuar no renuncian a construirse al costado su casa tradicional). Cada día, con la ayuda de una avioneta se introducen medicinas, cemento, vidrio, polar, carabinas, gasolina. Y del antiguo estado belico no queda más que trachas en una clima de sospechas y rivalidades latentes, con la omisión en los discursos acerca del tabú del asesinato (solo en los discursos), en los vagos relatos de misteriosas agresiones, asaltos, secuestros inconclusos, todo ésto señal de una fantasía que no renuncia a la imaginación del pasado. En la nueva paz, los siete hijos de cada pareja forman nuevas comunidades, con un crecimiento de población exponencial. Es aquí, donde se aplicarían los planes de manejo, pensando en la nueva vida de ellos en la selva. Los cambios suceden, no porque uno se siente dentro, sino porque uno lo desea. Las decisiones vienen tomadas sabiendo hacia dónde se focalizan sin tener la posibilidad de arrepentirse. Es así que hemos interpretado los planes de manejo: como la punta de un iceberg o quizás como la cereza sobre la torta, donde debajo de todo encontramos el proceso de reflexión de la comunidad Achuar en sí que la conduce ha entender, en ésta fase historica, el valor y la importancia del propio futuro. Es decir, cuales son los riesgos externos o internos que afronta, hacia que camino se dirige, quien era, quien es y más aún que cosa se arriesga o en que quiere convertirse. Y es el plan de manejo, en el momento en el cual se habla, al final, del propio territorio, de sus problemas y de sus potencialidades, de como se pueden gestionar y cuidar, es ésta la cúspide del recorrido. Pero, casi desapareciendo, como un viaje a la mitad que se convierte en menos trascendental en el momento en el cual el recorrido se hace siempre más rico. El recorrido de los planes de manejo, entonces, comienza mucho antes: inicia con el trabajo de las comunidades sobre su identidad, la historia de su pueblo, sobre tomar conciencia de los cambios. Pasa por un análisis de la situación actual; obliga a resumir los datos (cuantos huertos nuevos hay, cuantos animales se cazan, qué especie de árbol está en peligro de extinción) y a extraer las consecuencias a partir de los indicios. Esto lleva a observar la dimensión del territorio que cada comunidad gestiona, a visualizar el futuro y a encargarse de direccionarlo como mejor sea para las familias. Despuès pueden intervenir los consejos técnicos. Puede ser que las intenciones sean buenas, o al menos, mejor que otras, pero, entre decir y hacer, hay una gran selva amazónica en medio. El laberinto de lianas, troncos, ramas, han conservado a los Achuar en un aislamiento casi surrealista durante millones de años; y al volar sobre éste territorio inaccesible, nos damos cuenta que no es solo como atravesar la barrera del idioma y de un pensamiento que ha recorrido otros caminos, es mucho más. Menos mal que somos todos seres humanos, así tenemos algo en común. Es así que el proceso se pone en marcha, pero parece tener sentido, más aún cuando nace el entusiasmo: en el pasar de pocos meses, el equipo de trabajo está en la cúspide de una gran ola. El terreno era más fértil de cuanto se pudiese imaginar: la reflexión había ya iniciado en las comunidades y aprovechaba de nuestra disponibilidad para desarrollarse. Los técnicos locales se convertían en verdaderos mediadores, escuchando de nosotros ideas, experiencias y sugerencias, confrontándose con las exigencias de las comunidades. En pocos meses, se convierten en personas llenas de iniciativa, de ideas, que se transforman en acciones. Bolívar y Eduardo sobresalen en el uso del GPS y observan con curiosidad el mapa de su territorio que toma forma en la computadora, a partir, de sus objetivos: «Aquí haremos una reserva ecológica, hasta éste lugar se haran campos de cultivo», comentan. Ernesto inicia ha establecer un reglamento interno con Kaiptach y todos juntos establecen una moratoria a la caza de monos. Después de algunos meses, la comunidad nos acoge con entusiasmo: «El mono Sunkamat se ha nuevamente asomado a los huertos, ¡era cierto cuando hablabais de protección!». En Juyukamentsa, un anciano del pueblo nos acoge después de un año de trabajo, la ocasión es para celebrar la realización de su plan de manejo: «Desde que hemos iniciado y llevado a culmine éste trabajo, me siento contento, ¡Maketai!». Gracias, ha dicho. En cualquier modo, ha funcionado. Hemos encontrado la manera de comunicar y poner en acción un proceso virtuoso. Sin lugar a dudas, se lo estamos trasmitiendo a ellos. Somos nosotros los que empujamos continuamente hacia adelante, pero vale decir que las manos sobre el timón, son las de los técnicos locales guiados gracias a sus ambiciones, curiosidades y generosidad, y las de la comunidad con todas sus inquietudes y decisiones. Hemos observado que repetidas veces éstas manos sobre el timón han temblado, inseguras de hacia dónde deben dirigirse. Algunas comunidades han sido arrastradas por ésta indecisión, otras avanzaban serpenteando, mientras que algunas iban directamente al punto. ¿Nos queda solo la duda sobre nuestro motor?. Mientras tanto, continua a consumir gasolina dejando su marca iridiscente dibujada en los ríos amazónicos. Contamina, con su ansia por continuar, aunque si es un bien y aunque si es antropológicamente correcto. Parece que, tanto los Achuar como nosotros desconocemos el secreto de la felicidad a través de la quietud. Andrea Rutigliano (Less)
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